Sveva Gerevini: i record, la passione per l’eptathlon e la continua corsa verso nuovi traguardi
L'atleta olimpica si racconta a "E le Donne": dalla scoperta casuale dell'atletica grazie a un collaboratore scolastico, fino al matrimonio e al sogno Los Angeles
Nella quarta puntata di “E le donne” (per rivedere la puntata clicca qui), Sveva Gerevini si racconta a Eleonora Busi e condivide le tappe fondamentali della sua straordinaria carriera sportiva. Dalla storica conquista del record italiano nell’eptathlon, stabilito nel giorno del suo trentesimo compleanno in Austria, a un percorso fatto di dedizione, sacrifici, infortuni superati con resilienza e un amore viscerale per la sua disciplina. Un racconto intimo e motivante che svela il volto umano dietro ai successi dell’atleta di Casalbuttano.
Prima di riassumere i tuoi traguardi come atleta olimpica, ti chiedo di descriverti attraverso tre aggettivi.
Determinata, solare e decisa. Solare perché il mio sorriso è sempre la mia firma. Determinata perché nella mia disciplina la determinazione è essenziale per affrontare i problemi fisici, gestire il corpo e non fermarsi mai davanti al primo ostacolo. E poi decisa: quando prendo una decisione, difficilmente torno indietro; potremmo definirla una sana testardaggine.
Hai fissato il record italiano nell’eptathlon con 6413 punti il 31 maggio 2026 in Austria, nel giorno del tuo trentesimo compleanno. Spieghiamo in cosa consiste l’eptathlon per chi non lo conosce.
È una disciplina olimpica dell’atletica leggera che consiste in sette specialità distribuite su due giornate. Il primo giorno si affrontano i 100 ostacoli, il salto in alto, il getto del peso e i 200 metri. La seconda giornata prevede invece il salto in lungo, il lancio del giavellotto e gli 800 metri finali. Affrontare gli 800 metri dopo 48 ore di fatiche è sempre un po’ una ‘sevizia’ per il fisico.
Nel tuo palmarès c’è anche il record italiano nel pentathlon indoor (4559 punti a Glasgow nel 2024), 9 titoli italiani assoluti e il primato di essere la prima multiplista italiana a completare le gare in tutte le maggiori rassegne internazionali (Olimpiadi, Mondiali ed Europei, sia outdoor che indoor). Dietro a tutto questo c’è una scoperta curiosa dell’atletica, nata grazie a un collaboratore scolastico.
È vero! Ho iniziato in prima elementare a Casalbuttano, ormai 25-26 anni fa. Tutto è iniziato grazie al bidello della scuola elementare che, vedendomi correre nei corridoi, ha notato qualcosa in me e ha avvisato l’allenatore del paese, Annunzio Monfredini. Mia nonna mi ha portata a provare e me ne sono subito innamorata. All’epoca facevo già danza, pattinaggio e pallacanestro, ma ho trovato nell’atletica la mia dimensione ideale perché dipendeva tutto da me, nel bene e nel male.
Tra le sette discipline dell’eptathlon, ce n’è una che ti fa sentire più libera e una che invece richiede maggiore sforzo mentale?
Vado a periodi, ma i 200 metri, che chiudono la prima giornata, li vivo come una liberazione: “apriamo le gabbie!”. È un momento in cui posso sfogarmi liberamente senza troppi pensieri tecnici. Al contrario, il salto in alto e il giavellotto richiedono una grandissima concentrazione e fatica nervosa. Nel salto in alto, in particolare, hai solo tre tentativi per misura e la tensione è altissima: in gara cerco di ripetere mentalmente una sola parola chiave, come ‘scorrere’, per evitare di irrigidirmi e trovare la giusta ritmica. Anche gli ostacoli, dopo una brutta caduta da ragazzina al mio primo campionato italiano, sono diventati una grande sfida e oggi rappresentano uno dei miei punti di forza”.
Dici spesso di sentirti ancora in crescita. Come si distingue la sensazione di non aver ancora espresso tutto il proprio potenziale da quella di aver raggiunto il proprio limite?
Lo si capisce andando avanti. I record si possono costruire in tanti modi: l’ultimo primato italiano è arrivato grazie a miglioramenti importanti nei lanci, pur senza gare perfette in tutte le specialità. Questo ti lascia sempre la consapevolezza che, incastrando tutto alla perfezione, si può fare ancora di più. È la fame di miglioramento che mi spinge a scendere in campo ogni giorno.
Come e quanto ti alleni per mantenere questi standard?
Mi alleno molto: due sessioni al giorno, 6 giorni su 7. Tocchiamo tutte le discipline dal punto di vista tecnico e condizionale, con un grande lavoro in palestra perché forza e potenza sono la base. Nell’ultimo anno ho introdotto piccoli cambiamenti nei metodi di allenamento, uscendo dalla mia rigidità mentale, e questo mi ha dato nuovi stimoli preziosi.
Prima di entrare nel Gruppo Sportivo dei Carabinieri nel 2020, ti sei laureata in tecniche di radiologia e hai lavorato come libera professionista. Come hai fatto a conciliare sport, studio e lavoro?
Credo di essere portata per gestire tante cose insieme: quando ho scadenze e impegni fitti, do il meglio di me e sfrutto ogni momento libero, dai viaggi in treno alle levatacce alle 4 del mattino per studiare. In clinica, a Parma e Crema, ho trovato colleghi straordinari che mi hanno sempre supportato, coprendo i turni quando avevo raduni o gare. Alla lunga, però, i ritmi erano diventati insostenibili al punto da rischiare colpi di sonno in auto; l’arrivo dei Carabinieri nel 2020 mi ha permesso finalmente di fare l’atleta a tempo pieno.
Gli infortuni fanno parte della carriera di un atleta. Come hai vissuto i momenti di stop forzato, come la frattura al piede subita proprio prima di importanti qualificazioni mondiali?
All’inizio era un dramma e provavo una rabbia incontenibile, ricordo ancora il ritorno in auto da Modena dopo la frattura al piede, ho avuto una reazione di istinto sulla mia bandiera dei campionati italiani, l’ho distrutta perché non c’era più spazio, e io vedevo quella mancanza di spazio come un ostacolo alla vittoria. Si attraversa una fase simile a un lutto, ma subito dopo l’energia si trasforma in una nuova sfida: giorno dopo giorno si ricostruisce tutto per tornare più forti di prima. E per fortuna, nonostante i vari stop e problemi fisici, siamo sempre riusciti a risalire la china, culminando con lo stupendo record italiano fatto in casa a Roma.
Nel mondo dello sport di alto livello la maternità viene spesso vissuta come un grande punto interrogativo. Come vedi questo tema?
Pensare a una maternità durante la carriera agonistica è molto complesso. Richiede stravolgimenti enormi a livello fisico e organizzativo, come vedo in alcune mie avversarie che stanno provando a rientrare dopo il parto. Per come sono fatta io, se un giorno avessi un figlio, vorrei dedicarmi completamente a lui, probabilmente a discapito della mia carriera. Nelle discipline multiple la complessità tecnica e fisica è tale che rientrare è difficilissimo, ma lo sport è parte della mia identità e spero in futuro di poter costruire anche una mia famiglia.
Come immagini il tuo futuro, dentro e fuori la pedana?
Dentro la pedana voglio andare avanti puntando alle Olimpiadi di Los Angeles, e poi vedremo. Fuori dalla pedana, a giugno mi sposo, quindi desidero iniziare a costruire la mia famiglia e una vita insieme a Lorenzo.
Prima di salutarci, come da tradizione, ti chiedo se hai un “oggetto del cuore”.
È un piccolo bastone intagliato che io e i miei parenti sosteniamo che abbia la stessa faccia del mio amato nonno, è stata mia mamma la prima a dirlo. Da quando è mancato, lo porto spesso con me alle gare più importanti come portafortuna e sostegno emotivo. È un modo per avere tutta la mia famiglia vicino, e chissà… magari riusciremo a portarlo anche a Los Angeles!