Federico Bonazzoli si racconta: “A 16 anni ero già all’Inter, ma non sapevo niente della vita”
Il 90 della Cremonese protagonista de "Il Grigio e il Rosso" per svelare l'uomo dietro al calciatore, dalla carriera agli aspetti più intimi e personali
Federico Bonazzoli è stato il protagonista dell’ultima puntata de “Il Grigio e il Rosso” (clicca qui per rivedere la puntata). L’attaccante della Cremonese si è raccontato in un’intervista esclusiva a cuore aperto, ripercorrendo le tappe fondamentali della sua carriera, dai primi passi all’Inter fino all’approdo in grigiorosso. Tra gol spettacolari e riflessioni sul peso delle aspettative, è emerso il ritratto autentico di una persona che non smette mai di mettere l’uomo davanti al calciatore.
Pur apprezzando molto la tua riservatezza, vogliamo provare a conoscerti meglio. Partiamo dall’inizio: quando ti sei innamorato del pallone e hai iniziato a praticare questo sport? E quanto è stata importante la tua famiglia nel tuo percorso?
“Ho sempre raccontato che fin da piccolo, già verso i tre o quattro anni, avevo costantemente un pallone tra i piedi. Non so esattamente come sia nata questa passione, ma ho iniziato subito a giocare e con il tempo questo sport è diventato la mia professione. Devo dire un grazie enorme ai miei genitori: hanno capito subito che per me era la strada giusta e mi hanno indirizzato verso questo mondo. Hanno avuto un ruolo fondamentale non solo nello sport, ma soprattutto nella mia educazione. Mi hanno lasciato libero di scegliere e hanno assecondato le mie inclinazioni. Se oggi sono qui, gran parte del merito è loro”.
Il 18 maggio 2014 esordisci in Serie A con l’Inter a neanche 17 anni, diventando il secondo debuttante più giovane nella storia del club. In quel momento hanno iniziato a etichettarti come “predestinato”. Come si vive con questa pressione a quell’età?
“Sono passati più di dieci anni da quel giorno e oggi ho una maturità e un approccio completamente diversi al calcio e alla vita. Quelle sono etichette che ti appiccicano gli altri ed è molto difficile conviverci. Per me non è stato facile: a 16 anni far parte della prima squadra dell’Inter era un peso forse troppo grande da sopportare. Oggi, quando vedo i ragazzi più giovani, cerco sempre di aiutarli. Nel calcio, come nella vita, ognuno ha il proprio percorso: c’è chi matura prima, chi dopo e chi non raggiunge mai quel livello di maturità. Alla fine, ho accettato che le cose dovessero andare così. Tutto quello che ho vissuto mi ha reso la persona che sono oggi, e devo esserne fiero”.
Sembri un giocatore molto severo con sé stesso, che fatica ad accettare gli errori. È così?
“Sì, pretendo sempre tanto da me stesso e pongo l’asticella molto in alto. In questi anni ho sbagliato tanto proprio perché cercavo di raggiungere qualcosa che forse era persino irraggiungibile. Quando torno a casa, però, mi rendo conto che sono umano come tutti. Per fare un esempio recente, non ho ancora del tutto digerito l’errore commesso contro l’Entella: capita che mi riguardi il video di quel gol sbagliato persino prima di dormire. Quando le cose vanno bene è facile per tutti, ma vivere il calcio con questa severità a volte fa male. Bisogna imparare ad accettare l’errore e a conviverci”.
Dopo l’Inter sei passato alla Sampdoria e hai iniziato a fare esperienza in prestito. Che periodo è stato per la tua formazione, sia calcistica che personale?
“Cosa significhi “farsi le ossa” l’ho provato sulla mia pelle. Nel settore giovanile ero considerato tra i più talentuosi e pensavo di avere il mondo in mano. Quando entri nel calcio dei grandi, però, le aspettative e i pesi cambiano: cambia proprio la vita. Per me è stata una scuola formidabile, più dal punto di vista umano che calcistico. I genitori possono darti un supporto, ma poi in campo, nello spogliatoio e durante gli allenamenti ci sei solo tu. A un giovane consiglierei sempre di fare esperienze e confrontarsi con realtà diverse: giocare è l’unica cosa che conta e non è paragonabile a nient’altro”.
Nella stagione 2019-2020 rientri a Genova e vivi la tua prima vera stagione da protagonista in Serie A, con 6 gol decisivi per la salvezza…
“È stato il momento in cui sono diventato davvero protagonista, segnando i miei primi gol importanti in Serie A. Provo una grandissima riconoscenza verso quella società e quelle persone, che mi hanno dato un’opportunità fondamentale. Quando sono tornato alla Sampdoria per la seconda volta avevo un bagaglio di esperienza e una consapevolezza completamente diversi”.
Possiamo identificare la tappa alla Salernitana (2021-2023) come il momento di svolta e forse il più importante della tua carriera?
“Assolutamente. Salerno, così come Cremona oggi, occupa un posto di primissima importanza nella mia vita. A Salerno ero più giovane e la piazza mi ha trasmesso un calore unico: la gente lì ha qualcosa di speciale. È stato un percorso che è andato ben oltre il semplice aspetto calcistico. Se poi aggiungiamo i risultati straordinari che abbiamo ottenuto, posso solo parlarne con profonda gratitudine. È stato un periodo bellissimo, sia a livello personale che professionale”.
Cosa ti ha portato alla Cremonese, al di là della vicinanza a casa?
“Con la società ci eravamo già sentiti in passato. Sicuramente il fatto di riavvicinarmi a casa è stato un valore aggiunto, ma ciò che mi ha convinto è stato il progetto: la Cremonese è un club ambizioso. Sentire la loro stima è stato gratificante e non ci ho pensato due volte a dire di sì”.
Guardando dall’esterno, il tuo inizio qui non è stato facilissimo per via di un problema fisico che ha condizionato la stagione, anche se poi hai comunque segnato gol pesanti. Come hai gestito quel momento?
“Purtroppo ho convissuto con quel problema fisico, anche se oggi riesco a gestirlo con più serenità. Il punto è che io mi carico di tantissime responsabilità, forse a volte persino più grandi di me. Ero arrivato in una società importante e volevo esserci a tutti i costi, sentivo dentro una spinta fortissima per aiutare la squadra a salire. A volte rischi di farti schiacciare da questi macigni. Sto lavorando molto su me stesso: il vero cambiamento deve partire da dentro. Sono una persona molto orgogliosa, istintiva ma anche razionale, e accettare di dover cambiare costa fatica. Tuttavia, sarebbe stupido non farlo se serve a migliorarmi come calciatore e come uomo”.
Poi è arrivata la promozione in A e una tua stagione fantastica a livello personale con 10 gol, risultando il miglior marcatore italiano del torneo, anche se purtroppo la squadra non è riuscita a salvarsi.
“È stata un’annata particolare. Guardando a come si era messa, resta un grande dispiacere per la retrocessione: avremmo potuto fare qualcosa in più. Per quanto mi riguarda, però, riconosco di aver fatto uno step importante non solo sul campo, ma anche nella maturità e nell’approccio al lavoro. Quando lavori bene i risultati individuali arrivano, anche se con la salvezza avrebbe avuto tutto un altro sapore”.
In campo si nota la tua intelligenza tattica e la capacità di svariare, ma quando ti coordini per i tuoi ormai celebri gol in rovesciata, quanta percentuale c’è di quell’istinto puro da bambino?
“Zero ragionamento. Io mi ritengo un giocatore riflessivo, ma quando sono lì in campo non c’è spazio per il pensiero: la rovesciata è puro istinto. Sarebbe fantastico saper sempre bilanciare perfettamente razionalità e istinto. Tanti ragazzi mi chiedono come si fa a coordinarsi così, ma la verità è che non c’è una risposta: è una giocata pochissimo allenabile, viene e basta”.
Quanto è importante per te trovarti bene in un club? Dai l’idea di essere un giocatore che preferisce la stabilità e il benessere umano anziché inseguire l’ignoto. Quest’estate ci sono state voci di mercato su di te: quanto c’era di vero riguardo un tuo possibile ritorno immediato in Serie A?
“Ho sempre cercato di vivere ricercando equilibrio e benessere, intesi come il sentirsi stimato e apprezzato. Da ragazzino ho cambiato tante squadre e città e so che adattarsi non è mai facile. Oggi nel calcio si tende a volere sempre di più, ma io la penso diversamente. Non significa non essere ambiziosi, ma semplicemente che quando trovo un ambiente in cui ho tutto ciò che mi serve per stare bene e lavorare seriamente, non sento il bisogno di cercare altro. Certo, a chiunque piace giocare in Serie A, ma io do un valore enorme ai rapporti umani e credo sia giusto apprezzare fino in fondo quello che si ha”.
La stagione è iniziata con Marco Giampaolo, poi la società ha scelto di affidarsi a Fabio Pecchia. Come hai affrontato questo cambio di guida tecnica?
“Ci tengo a ringraziare mister Giampaolo per tutto quello che ci ha dato. Quest’anno affrontiamo un campionato diverso, in cui si gioca per vincere e non per salvarsi, e io mi sono sempre adattato alle esigenze della squadra. Ringrazio mister Pecchia per avermi dato subito grande fiducia: mi trovo davvero molto bene con lui”.
Che peso ha la fede nella tua vita? In campo ti vediamo spesso pregare prima del fischio d’inizio e ringraziare il cielo dopo ogni gol.
“Sono molto credente e praticante, è un valore che mi hanno trasmesso i miei genitori. Sentire la fede è il minimo che possa fare per dimostrare gratitudine per tutto ciò che ho e che purtroppo a tanti è negato. Mi sento ancora più grato nei momenti difficili. Ringrazio ogni giorno per la salute, per la mia famiglia e per la possibilità di stare bene dove sono”.
Qual è il sogno più grande che custodisci ancora come calciatore, e quale come uomo?
“Come calciatore, il sogno più grande resta quello di indossare la maglia della Nazionale. Come uomo, invece, spero che tutto ciò che sto facendo oggi possa portare le persone, un domani quando avrò smesso di giocare, a ricordarsi di me per aver lasciato qualcosa di sensato, di vero e di autentico”.