Cremonese

Collocolo e l'infortunio: "Il primo mese piangevo tutti i giorni, dentro di me ero morto"

Durante lo spettacolo "La potenza della fragilità", il calciatore ha raccontato: "Devi sempre pensare in positivo, perché se pensi in negativo non ti riprendi più"

Il servizio di Eleonora Busi per il Tg di CR1
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C’è un momento in cui il rumore della folla sparisce e rimane solo quello, secco e assordante, di un ginocchio che cede. Per un calciatore, quel suono non è solo un infortunio: è il mondo che si ferma.

Sul palco del teatro Ponchielli di Cremona, all’interno dello spettacolo “La potenza della fragilità” per tenere vivo l’insegnamento di Chiara Galimberti, è stata portata in scena la storia di Michele Collocolo, centrocampista della Cremonese che a settembre ha subìto un intervento chirurgico per una lesione muscolare del retto femorale, rimediando poi al suo rientro in campo diversi mesi dopo un altro infortunio.

Sulla scena un pannello con frammenti di giornale, simbolo di una cronaca che a volte corre troppo veloce. Dietro la sagoma di un uomo, un ragazzo che sognava di giocare a calcio in Serie A e che non voleva lavorare con il padre “a mare”. Quel sogno poi si realizza, tre partite da titolare, un inizio di stagione incredibile che lo consacra e poi, la caduta.

“Gioco titolare in Serie A, 90 minuti, tutte e tre le prime partite, vinciamo a San Siro la prima, è stata un’emozione indescrivibile. E quindi ritrovarmi con questo infortunio… il primo mese piangevo tutti i giorni. Mia mamma, io sono uno molto legato alla famiglia, piangeva anche lei. E’ stata dura perché ero il più piccolo della casa, il maschietto, i miei genitori piangevano tutti i giorni” racconta Michele.

La distruzione simbolica di una barriera di carta rivela l’atleta nella sua veste più autentica. Non più il campione irraggiungibile, ma l’uomo nudo di fronte alla propria vulnerabilità. “È stata tostissima, il tunnel lo vedevo sempre buio, spento, veramente”.

L’operazione, i mesi di solitudine, la riabilitazione, la paura di deludere gli altri e di non essere più lo stesso. “Non vedevo un filo di luce perché dicevo quando ne esco, quando ne esco. Cercavo di trasmettere ai miei genitori serenità, non volevo mostrare a loro il male, li chiamavo sempre col sorriso, ma dentro di me ero spento, morto”.

Michele ha accettato di mostrare le sue cicatrici, facendo vedere a tutti che la vera potenza non sta nel non cadere mai, ma nella capacità di abitare la propria fragilità. “Lo aspetti da una vita, appena ci arrivi succede questo e pensi: cosa ho fatto di male? Perché deve succedere proprio a me? Significa che mi aspetta qualcosa di più bello. Devi sempre pensare in positivo perché se pensi in negativo non ti riprendi più. Spero che mi aspetti davvero qualcosa di bello. Allora ne è valsa la pena, no? E’ valsa la pena tutta questa sofferenza”.

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