Durham si racconta: l'Italia,
l'intesa con Willis, il 42 per papà
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Il primo impatto di Aljami Durham con Cremona è fatto di sorrisi, aspettative e tanta voglia di mettersi alla prova. Il play statunitense si è presentato nella sede cremonese di Randstad, accompagnato da Roberto Spagnoli, responsabile marketing Vanoli, Andrea Conti, general manager Vanoli e Nicola Rocchelli, regional director di Randstad.
“Abbiamo costruito questa squadra puntando non solo sulla qualità tecnica, ma anche su quella umana – ha spiegato Conti presentando il giocatore nato a Lilburn, nello stato della Georgia, il 30 settembre 1998 -. Per una realtà piccola come la nostra, che ci vede protagonisti da anni nella massima serie, è fondamentale inserire persone con valori dentro e fuori dal campo. Alj – lo chiamo così – è uno di questi: ha una storia da raccontare, esperienze importanti in Europa (Inghilterra, Spagna, Germania, anche Eurocup con Amburgo) e, a soli 27 anni, può darci tanto e aiutarci a raggiungere i nostri obiettivi”.
“È la mia prima esperienza in Italia e sta andando meglio di quanto immaginassi – le prime parole di Aljami Durham -. Le prime settimane sono state piene di lavoro duro, ma anche di gratitudine. Stiamo costruendo una buona chimica di squadra. Non potevo chiedere di meglio”.
Riguardo alla sua duttilità in campo, Durham non ha dubbi: “Segnare o passare? E’ una domanda difficile a cui rispondere. Direi… qualsiasi cosa serva per vincere. Sono abituato a giocare così, a mettermi a disposizione della squadra per migliorare il gioco collettivo. Ho grande intesa con Peyton Willis: ci incrociavamo già ai tempi del college, lui era a Minnesota, io a Indiana. Ora siamo compagni di squadra e c’è un’ottima chimica, dentro e fuori dal campo”.
Sei più un realizzatore o un passatore? E che rapporto hai con Peyton Willis?
“È difficile rispondere, ma dico entrambi. Faccio ciò che serve alla squadra per vincere, che si tratti di segnare o far giocare meglio i compagni. È sempre stato il mio modo di giocare. Io e Peyton ci conosciamo da anni, da quando eravamo al college – lui in Minnesota, io a Indiana – ci siamo incrociati diverse volte, e ora siamo compagni di squadra. C’è una bella chimica, dentro e fuori dal campo. È un gran realizzatore e credo che ci completiamo bene”.
Conosci il livello della Serie A italiana?
“Sì, ne ho sentito parlare molto bene. So quanto sia competitiva, e so che è una delle migliori leghe in Europa. Questo mi motiva. È una nuova sfida per me, voglio vedere dove posso arrivare, confrontandomi con alcuni dei migliori giocatori del continente”.
Cosa hai imparato finora dalla tua esperienza in Europa?
“La cosa più importante è la routine quotidiana. Devi lavorare duro ogni giorno se vuoi migliorare, come squadra e come giocatore. Non importa se le giornate sono buone o difficili: bisogna restare concentrati, costanti e determinati. Questa mentalità è stata la lezione principale che ho imparato, ovunque io abbia giocato”.
Sei una guardia che prende tanti rimbalzi. È una tua caratteristica distintiva?
“Sì, penso che quando riesco a rimbalzare bene, gioco anche meglio. Il rimbalzo è sempre stato una parte importante del mio gioco, mi aiuta a essere più efficace e presente in campo”.
Perché hai scelto il numero 42?
“È un omaggio a mio padre. Ha giocato a basket prima di me e ha smesso quando sono nato. È lui che mi ha insegnato a giocare, da quando ero bambino. Indossare il 42 nella mia carriera professionale è il mio modo per dirgli grazie”.
È vero che hai un tuo brand di moda?
“Sì! Amo la moda fin da piccolo. Ho aperto un marchio con mio fratello, una persona di cui mi fido totalmente. Lo portiamo avanti da sei anni. Ora lui può viaggiare, conoscere persone, lavorare con la moda in tutto il mondo. Questo progetto è nato anche per potermi prendere cura di lui”.
Che rapporto hai con coach Brotto?
“La prima volta che l’ho sentito al telefono, pensavo fosse durissimo, una persona molto severa. Poi l’ho conosciuto di persona: è uno dei più positivi e brillanti che abbia mai incontrato. Parliamo molto, sia di basket che di cose personali. In queste prime tre settimane è già uno dei miei allenatori preferiti”.
È vero che hai un cane?
“Sì, si chiama Ace, è un Siberian Husky. È qui con me a Cremona. È il mio migliore amico e uno dei cani più belli che possiate vedere. La prossima volta vi porto una foto!”
Cristina Coppola